Un minuscolo coleottero di appena mezzo centimetro, una specie rarissima e quasi 90 anni senza osservazioni documentate in Italia. È nelle Aree Protette delle Alpi Cozie, in Piemonte, che il Biologo Luca Anselmo ha ritrovato Stephanopachys linearis, una specie di grande interesse conservazionistico tutelata a livello europeo.

Un’importante scoperta scientifica che arriva dal nostro territorio

Le Alpi piemontesi continuano a rivelare una biodiversità tanto preziosa quanto, in alcuni casi, ancora poco conosciuta.

Protagonista della scoperta è Luca Anselmo, Biologo e dottorando presso il Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, sotto la responsabilità scientifica di Simona Bonelli ed Enrico Caprio come co-tutor, nonché storico collaboratore scientifico delle Aree Protette delle Alpi Cozie.

Nel corso delle sue ricerche, Anselmo ha documentato nel Sito della Rete Natura 2000 “Rocciamelone”, in Val di Susa, la presenza di Stephanopachys linearis, un piccolo coleottero della famiglia Bostrichidae.

Un ritrovamento particolarmente significativo: in Italia la specie non veniva documentata dal 1937, quando tre esemplari erano stati rinvenuti nell’area di Tolmezzo, in Friuli-Venezia Giulia.

A quasi 90 anni di distanza, la ricerca condotta in Piemonte ne conferma quindi nuovamente la presenza sul territorio italiano.

Un piccolo coleottero legato al fuoco

Lungo circa mezzo centimetro, Stephanopachys linearis è un insetto saproxilico caratterizzato da un adattamento ecologico particolarmente interessante: è infatti una specie pirofilia, strettamente associata agli ambienti interessati dal fuoco.

Il coleottero può insediarsi negli alberi che sono stati parzialmente danneggiati dagli incendi ma sono ancora vivi, trovando tra la corteccia e il tronco condizioni favorevoli al proprio ciclo biologico.

Ed è proprio qui che la storia della specie si intreccia con quella recente della Val di Susa.

Gli esemplari sono stati infatti individuati in aree poste ai margini delle zone interessate dai grandi incendi del 2017, tra la corteccia e il tronco di larici e pini silvestri parzialmente colpiti dalle fiamme.

Un “relitto glaciale” sopravvissuto sulle Alpi

Anche la distribuzione geografica di Stephanopachys linearis racconta una storia affascinante.

La specie presenta una distribuzione boreoalpina ed è presente soprattutto nelle regioni settentrionali dell’Europa, in particolare nei Paesi scandinavi, mentre sulle Alpi sopravvive in popolazioni isolate.

Nel contesto alpino può essere considerata un relitto glaciale: durante le glaciazioni, specie oggi tipiche delle regioni più settentrionali poterono estendere il proprio areale verso sud; con il successivo riscaldamento climatico, alcune popolazioni rimasero confinate alle quote più elevate, dove continuarono a trovare condizioni ambientali simili a quelle delle regioni boreali.

La rarità di S. linearis sulle Alpi è legata anche alla limitata disponibilità degli habitat adatti alla sua sopravvivenza.

Una ricerca iniziata anni fa

Il ritrovamento non è frutto del caso, ma di un percorso di ricerca iniziato diversi anni fa.

Già dal 2021 Luca Anselmo era impegnato nello studio di un’altra specie dello stesso genere, Stephanopachys substriatus, che riuscì a individuare in alta Val di Susa, nel Sito della Rete Natura 2000 “Cima Fournier e Lago Nero”, documentandone nuovamente la presenza in Italia dopo circa 25 anni. Successivamente la specie è stata individuata anche in altre aree del Piemonte e della Valle d’Aosta.

Da qui è nata la sfida ancora più complessa: cercare Stephanopachys linearis.

Una ricerca proseguita fino alla primavera del 2026, quando il primo minuscolo esemplare è stato finalmente individuato.

La scoperta è stata quindi oggetto di una pubblicazione scientifica apparsa il 31 luglio 2026 su Biogeographia – The Journal of Integrative BiogeographyBiogeographia – The Journal of Integrative Biogeography.

Dalla scoperta alla conservazione

Il ritrovamento non rappresenta soltanto un dato di grande interesse faunistico, ma apre nuove prospettive sul fronte della conservazione della biodiversità.

Il dottorato di ricerca di Luca Anselmo è infatti dedicato proprio alle strategie di conservazione delle specie più rare e scarsamente conosciute, per le quali la limitata disponibilità di dati rende particolarmente complessa la definizione di efficaci misure di monitoraggio e tutela.

Stephanopachys linearis assume in questo senso un rilievo particolare: la specie è inserita nell’Allegato II della Direttiva Habitat dell’Unione Europea, che comprende specie di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di Zone Speciali di Conservazione.

Attraverso l’Università di Torino, la documentazione relativa al ritrovamento è stata trasmessa a ISPRA, Regione Piemonte e Aree Protette delle Alpi Cozie, affinché possano essere avviati ulteriori studi e definite adeguate strategie di monitoraggio e conservazione.

Le Alpi come scrigno di biodiversità

La riscoperta di Stephanopachys linearis richiama infine l’attenzione sulla straordinaria complessità biologica degli ecosistemi alpini.

In territori relativamente circoscritti possono infatti convivere organismi caratterizzati da esigenze ecologiche profondamente differenti, comprese specie estremamente specializzate e dipendenti da condizioni ambientali molto particolari.

È il caso delle specie pirofile come S. linearis, capaci di sfruttare habitat generati dal passaggio del fuoco, nonostante gli incendi rappresentino generalmente un importante elemento di perturbazione degli ecosistemi e possano avere conseguenze fortemente negative sulla biodiversità.

Conoscere la presenza e la distribuzione di queste specie è quindi un passaggio fondamentale per comprenderne l’ecologia e individuare strategie di conservazione efficaci, soprattutto in uno scenario in cui la crisi climatica sta modificando sempre più rapidamente gli equilibri degli ecosistemi alpini.

La scoperta realizzata da un Biologo del nostro territorio rappresenta così non soltanto un importante risultato scientifico, ma anche un’ulteriore testimonianza del valore della ricerca sul campo e del ruolo dei Biologi nello studio, nel monitoraggio e nella tutela della biodiversità.